Dolomiti: dove la roccia si fa mito
Basta pronunciarne il nome e subito la mente si riempie di immagini: guglie che si colorano di rosa al tramonto, pareti verticali che sfidano il cielo, pascoli fioriti ai piedi di immense cattedrali di roccia. Eppure le Dolomiti, prima ancora che un luogo fisico, sono un luogo dell'immaginazione. Non è un caso, forse, che nel loro nome si nasconda una parola rivelatrice: Dolo-miti. Perché queste montagne sono fatte di miti, oltre che di roccia. Miti antichi, nati dai racconti tramandati attorno al fuoco, e miti moderni, scritti dagli alpinisti, dai poeti e dai pittori che le hanno amate. Noi del Caseificio di Primiero, che viviamo ogni giorno all'ombra delle Pale di San Martino, vogliamo raccontarvele da vicino.

Le Dolomiti tra geologia e geografia
Le Dolomiti non sono un’ininterrotta catena di cime, bensì nove sistemi montuosi separati da vallate, fiumi e altri gruppi di montagne. Si estendono tra Trentino, Alto Adige, Veneto e Friuli Venezia Giulia, con il loro cuore racchiuso tra le valli ladine e il Cadore. Devono il nome al geologo francese Déodat de Dolomieu, che alla fine del Settecento studiò per primo la roccia di cui sono fatte: un carbonato di calcio e magnesio nato da antiche scogliere coralline, sommerse da un mare tropicale oltre 200 milioni di anni fa. È proprio questa roccia chiara a regalarci l'enrosadira, quando al tramonto le cime si tingono di rosa e di viola. Tra le vette più celebri ricordiamo la Marmolada, la "regina" alta 3.343 metri, le Tre Cime di Lavaredo, le Tofane, il Sassolungo, il Sella, il Catinaccio, le cime del Brenta, il Civetta e, naturalmente, le nostre Pale.

Una calamita per viaggiatori da tutto il mondo
Fin dalla seconda metà dell'Ottocento, le Dolomiti hanno attirato viaggiatori da ogni angolo d'Europa. Sorsero allora i primi grandi alberghi, a Cortina come a San Martino di Castrozza, e i club alpini costruirono i primi rifugi, mentre nel 1909 venne inaugurata la Grande Strada delle Dolomiti, da Bolzano a Cortina. Da allora l’importanza delle Dolomiti nell'economia trentina e altoatesina non ha fatto che crescere: dal secondo dopoguerra lo sci ha portato anche il turismo invernale, consacrato dalle Olimpiadi di Cortina del 1956 e, lo scorso febbraio, da quelle di Milano Cortina 2026. Oggi le Dolomiti sono la cornice ideale della vacanza in montagna, in ogni stagione: uno scenario capace di emozionare chiunque.

Montagne sulla carta: le Dolomiti degli scrittori
Molto di questo fascino si deve ai libri. Nel 1864 gli inglesi Josiah Gilbert e George Cheetham Churchill pubblicarono "The Dolomite Mountains", il volume che le fece conoscere al mondo. Pochi anni dopo la scrittrice Amelia Edwards raccontò le sue avventure in "Untrodden Peaks and Unfrequented Valleys", un diario di viaggio che toccò anche Primiero. Nel Novecento Arthur Schnitzler ambientò proprio in un albergo di San Martino di Castrozza il celebre racconto "La signorina Else", mentre il bellunese Dino Buzzati, appassionato scalatore, fece delle Dolomiti la materia di molte pagine, da "Barnabo delle montagne" fino a quel "Deserto dei Tartari" che, come vi abbiamo già raccontato, deve molto all'altopiano delle Pale.

Le Dolomiti negli occhi dei pittori
Se gli scrittori hanno dato parole alle Dolomiti, i pittori ne hanno fissato i colori. Il primo, in un certo senso, fu Tiziano Vecellio, nato a Pieve di Cadore e scomparso 450 anni fa: nei suoi dipinti fanno spesso capolino profili montuosi che richiamano le vette della sua terra, tanto che i viaggiatori inglesi dell'Ottocento chiamavano il Cadore "Titian's Country". A diffondere questa definizione fu Josiah Gilbert, i cui acquerelli restano tra le prime testimonianze artistiche della scoperta delle Dolomiti. Accanto a lui va ricordato Edward Theodore Compton, pittore e alpinista anglo-tedesco, autore di numerose vedute dolomitiche. E come dimenticare Giovanni Segantini? Il trentino di Arco, grande cantore divisionista di pascoli e alpeggi, ha lasciato il suo nome anche qui: nel 1936 la guida e pittore Alfredo Paluselli, suo ammiratore, gli dedicò la baita costruita ai piedi del Cimon della Pala, oggi una delle immagini più iconiche delle Dolomiti.

Le genti dei Monti Pallidi
Non si possono raccontare le Dolomiti senza parlare di chi, da secoli, vive ai loro piedi. In Val Gardena, Val Badia, Val di Fassa, Livinallongo e Ampezzo si parla ancora il ladino, lingua di origine retoromanza che custodisce una cultura antichissima. Dal mondo ladino provengono molte delle leggende più belle: quella del Regno dei Fanes, quella di Re Laurino, il cui roseto pietrificato tornerebbe a fiorire ogni sera nell'enrosadira del Catinaccio, o quella dei Monti Pallidi, che i Salvani (creature del folklore alpino) avrebbero rivestito di luce lunare per una principessa venuta dalla Luna. Racconti che rivelano un rapporto con la montagna fatto di rispetto, timore ed equilibrio: la montagna dà, ma chiede in cambio fatica, pazienza e misura.

L'epopea dei pionieri e delle Aquile
Accanto ai miti antichi, le Dolomiti hanno conosciuto un'epica tutta moderna: quella dei primi scalatori, in gran parte “forestieri”, che nell'Ottocento si avventurarono su queste pareti. Nel 1857 l'irlandese John Ball salì il Pelmo, impresa considerata l'atto di nascita dell'alpinismo dolomitico; nel 1864 l'austriaco Paul Grohmann conquistò la Marmolada e nel 1870 l'inglese Edward Whitwell il Cimon della Pala. Con loro nacque la figura della guida alpina locale. In Primiero il capostipite fu Michele Bettega, che nel 1878 accompagnò sulle Pale due clienti inglesi. Con Bortolo Zagonel, Giuseppe Zecchini e Antonio Tavernaro diede vita alle leggendarie Aquile di San Martino, che nel 1901 guidarono l'inglese Beatrice Tomasson sulla parete sud della Marmolada. Da allora le guide accompagnano la crescita del turismo alpinistico della valle.

Primiero, all'ombra delle Pale di San Martino
Per noi le Dolomiti non sono uno sfondo da cartolina: sono la presenza quotidiana che domina la valle. Le Pale di San Martino, il gruppo più esteso dell'intero sistema dolomitico, si alzano come una muraglia sopra San Martino di Castrozza e la Val Canali, con cime famose come il Cimon della Pala, detto il "Cervino delle Dolomiti", la Cima della Vezzana e il Sass Maor. Ai loro piedi si stendono i boschi del Parco Naturale Paneveggio Pale di San Martino e i pascoli d'alta quota dove nasce il latte dei nostri formaggi d'alpeggio. In un certo senso anche il Primiero e il Trentingrana con latte di malga sono figli delle Dolomiti: ne portano con sé i profumi, le erbe e i fiori.

Un patrimonio dell'umanità da custodire
Il 26 giugno 2009 l'UNESCO ha iscritto le Dolomiti nella Lista del Patrimonio Mondiale, riconoscendone la straordinaria bellezza paesaggistica e l'eccezionale valore geologico. Un riconoscimento che porta con sé una grande responsabilità. Le Dolomiti sono un ambiente fragile, minacciato dai cambiamenti climatici, come ha ricordato il crollo del ghiacciaio della Marmolada nel 2022, e da un turismo talvolta eccessivo. Difenderle significa valorizzarle senza consumarle, puntando sulla sostenibilità e su attività tradizionali come l'alpeggio, che da secoli cura questo paesaggio. Anche noi del Caseificio di Primiero sentiamo di farne parte: perché ogni forma di formaggio di malga racconta, a modo suo, un pezzo di questa storia.
