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La via dello Schenèr: l’antica strada che portava in Primiero

Nel raccontare il Trentino, spesso si parla di grandi panorami, di vette, di laghi. Ma ci sono anche luoghi marginali, meno evidenti, che hanno però molto da raccontare. La via dello Schenèr è uno di questi. Non è un luogo iconico ed è anzi un percorso quasi sconosciuto. Eppure è un luogo profondamente significativo, in quanto racchiude in sé tanti elementi che definiscono la vera storia del territorio di Primiero. Chi sale dal feltrino la incontra quasi senza accorgersene, nel punto in cui la valle del Cismon si restringe e le pareti di roccia diventano sempre più vicine. Qui la luce cambia, il rumore dell’acqua si amplifica e il paesaggio si fa più severo. Per secoli, questo è stato il cammino attraverso il quale si entrava in Primiero.

Strada impervia ma molto frequentata

Il territorio di Primiero, oggi parte del Trentino, è sempre stato un luogo di incontro: protetto sì da questo difficile accesso, ma comunque in relazione con la pianura e con la città di Feltre in particolare. La via dello Schenèr era il cordone ombelicale di questo collegamento. Da qui risalivano merci fondamentali per la vita quotidiana in valle e allo stesso tempo scendevano verso la pianura le risorse del territorio: il legname, i prodotti delle miniere, i formaggi, il botìro e tutti i manufatti delle comunità locali. Era uno scambio continuo, fatto di necessità ma anche di conoscenza reciproca. E in questo scambio si alimentava anche l’identità stessa di Primiero, un territorio che dai tempi più remoti ha dialogato da un lato con l’area tedesca e dall’altro con l’area veneta, senza perdere mai la propria natura.

Il passaggio dalla pianura al mondo alpino

Sotto c’era la Repubblica di Venezia, con i suoi mercati e le sue città. Sopra il mondo alpino di Primiero, fatto di boschi, pascoli, miniere e piccoli centri, che vivevano delle risorse della montagna. Sembra incredibile pensare che quella gola stretta fosse così importante. Eppure era così. Oggi siamo abituati a strade comode e veloci che ci permettono di arrivare pressoché ovunque e non riusciamo più a immaginare quanto potessero essere faticosi e spesso impervi i percorsi che salivano verso le montagne. Attraversare lo Schenèr significava infatti cambiare ritmo. Si lasciava alle spalle la pianura e si entrava in un territorio dove il passo doveva essere per forza di cose più lento. E anche più attento. Era un passaggio fisico, certo. Ma anche culturale.

Tutto a spalle o a dorso di mulo

Ancora oggi chi osserva questa gola capisce subito che attraversarla non deve mai essere stato facile. Le pareti scendono a picco verso il torrente che scorre in basso e il sentiero si arrampica tra strapiombi e strettoie. Un errore, una distrazione, e si poteva cadere. Ogni passo richiedeva attenzione, ogni carico diventava una prova di equilibrio. Eppure, uomini e animali l’hanno percorso per secoli. Lo percorrevano con ogni condizione atmosferica, superando mille difficoltà e sfidando talvolta anche la sorte. Lo Schenèr non era percorribile dai carri e quindi si trasportava tutto a spalle o a dorso di mulo.

Una mobile linea di confine

Per oltre sette secoli, lo Schenèr è stato molto più di una via di comunicazione. È stato un confine non solo geografico, ma politico, culturale, economico. Qui passavano eserciti, funzionari, mercanti. Qui si controllavano i traffici, si imponevano dazi, si costruivano fortificazioni. E come accade spesso nei territori di frontiera, il confine non era mai assoluto. Più che separare, metteva in relazione. Le differenze non impedivano gli scambi, anzi li rendevano necessari. Il grano scendeva, il ferro saliva e il vino viaggiava, insieme alle storie e alle lingue. La via di Schenèr era quindi una linea mobile, un luogo in cui le identità si sfioravano e si contaminavano.

Ogni volta era un viaggio

Immaginare oggi come fosse un tempo questa via significa provare a sentire la fatica di chi la percorreva. Non c’erano scorciatoie, né comodità. Solo sentieri scavati nella roccia, muli carichi e uomini piegati sotto il peso delle merci. Non si attraversava lo Schenèr per piacere. Lo si faceva perché era indispensabile. Per commerciare, per spostarsi, per mantenere un collegamento. La strada esisteva perché c’era bisogno di attraversarla. E quel bisogno era più forte del rischio. È facile, oggi, guardare a quel passaggio con uno sguardo romantico. Ma per chi lo percorreva allora era ogni volta un viaggio, che richiedeva capacità di adattamento, buona resistenza e una discreta dose di coraggio.

Gola stupenda ma anche orrido abisso

La via dello Schenèr, che ai nostri occhi è poco più di un sentiero, ha perso l’importanza strategica di un tempo. Le strade moderne hanno cambiato i percorsi, reso più facili i collegamenti, spostato altrove i flussi. Eppure, quel passaggio continua a esistere. Non solo come luogo fisico, ma come spazio di memoria. Chi lo percorre oggi non trasporta merci o eserciti, ma porta con sé una consapevolezza diversa: quella di camminare su una traccia antica, costruita dalla fatica e dalle necessità di generazioni e generazioni di uomini. Qui si può comprendere un altro aspetto della montagna: la sua ambivalenza. La gola dello Schenèr può apparire infatti in modi opposti: gola stupenda per chi la attraversa con meraviglia, orrido abisso per chi ne teme i pericoli. Entrambe le visioni sono vere. La gola può essere affascinante o inquietante, luminosa o cupa, accogliente o minacciosa. Dipende dallo sguardo, dal momento, dall’esperienza di chi la percorre. È la sua doppia natura a rendere così intensa la scoperta di questa antica strada.

Un luogo da riscoprire

Oggi Primiero è una destinazione amata da chi cerca natura, autenticità, ritmi più umani. I suoi sentieri, i suoi borghi, le sue tradizioni raccontano una montagna ancora molto vissuta. In questo contesto, la via dello Schenèr assume un nuovo valore. Non è più un passaggio obbligato per i commerci, ma diventa un luogo da riscoprire. Una traccia che invita a rallentare, a immaginare, a entrare in contatto con la storia. Percorrerla oggi, anche solo in parte, significa fare un’esperienza diversa. Più consapevole. Più attenta. Un po’ come accade lungo i cammini: non si tratta solo di arrivare, ma di attraversare.

A guardarla bene, la via dello Schenèr può rappresentare qualcosa di più di una semplice storia locale. È una metafora che parla del bisogno umano di superare i confini, di creare connessioni anche dove tutto sembra ostacolare il passaggio. Parla della relazione tra uomo e ambiente, fatta di adattamento, sfida, rispetto. Ma soprattutto, parla del tempo. Di come i luoghi conservino le tracce di ciò che è stato, anche quando sembra scomparso. Camminare lungo questa antica via significa entrare in contatto con una storia stratificata. E, forse, è proprio questo il suo significato più profondo: ogni strada, anche la più impervia, è il risultato di un desiderio. Quello di andare oltre.

 

 

La principale fonte dell’articolo è il libro “La via di Schenèr” di Matteo Melchiorre, Marsilio, 2021

Le foto sono tratte dal sito primierohiking.com realizzato nel 2020 dal gruppo Primiero Hiking, formato da persone nate e cresciute a Primiero e divenuto Associazione di Promozione Sociale nel 2022

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